Cgil e Inca sono pronte a ricorrere anche alle vie legali per difendere tutti quei lavoratori che sono stati oggetto di discriminazioni dal punto di vista previdenziale se non si dovesse riuscire a modificare le attuali norme che vengono giudicate discriminatorie. Siamo infatti in presenza – hanno spiegato Vera Lamonica, segretario confederale Cgil e Morena Piccinini, presidente dell’Inca (il patronato Cgil) durante una conferenza stampa tenuta il 21 febbbraio a Corso d’Italia – di una potenziale bomba sociale. Ci sono già migliaia di persone coinvolte, anche se non esiste ancora un numero che riassuma il dramma sociale di tutti coloro che – per motivi diversi – sono oggi senza stipendio e senza pensione. Vanno però ben oltre la cifra dei 65 mila i lavoratori che rischiano ”di rimanere senza stipendio e senza pensione” come risultato del cambiamento dei requisiti pensionistici dovuto ”al pesante intervento del governo Monti”.
La difficoltà di arrivare a una stima certa della platea delle “pensioni negate” sta nel fatto che ci sono diverse fattispecie che si accavallano. Ci sono, infatti, le 65mila persone in mobilità (stime Inps) a cui andrebbero sommate tutte quelle persone che non rientrano nelle deroghe stabilite dal ministro Fornero e tutte quelle (anche anche qui il calcolo oggi è quasi impossibile) che a causa delle modificazioni legislative (legge 122) sulle ricongiunzioni non hanno le risorse finanziarie per ricongiungere le loro carriere previdenziali presso enti diversi.
Il riferimento ai 65 mila – hanno spiegato Lamonica e Piccinini – è il risultato, ”di un primo monitoraggio dell’Inps sulle mobilità avviato prima del 4 dicembre”, data della riforma; a queste si aggiungono:
- tutte quelle attivate dopo il 4 dicembre, anche se l’accordo sulla mobilità risulta precedente;
- tutta “la platea degli esodati”, che hanno fatto accordi individuali e collettivi per cui hanno lasciato il posto di lavoro’;
- altre tipologie ancora relative a uscite causate dalla crisi.
Ecco allora che – ha spiegato Morena Piccinini – non si capisce chi può godere del congelamento dei requisiti pensionistici: ”È una lotteria, tra accordi collettivi, accordi individuali e versamenti individuali”. Si tratta di ”centinaia di migliaia di persone che sono appese a un filo e non c’è niente di peggio. Inoltre, con il cambio della normativa la differenza non è di pochi mesi ma di anni”.
A riguardo Vera Lamonica sottolinea che, se non si trova una soluzione, ”su esodati e dintorni dovremmo arrivare e arriveremo nelle prossime settimane a verificare momenti di mobilitazione, che vogliamo costruire insieme alle altre organizzazioni sindacali Cisl e Uil”.
“Il diritto alla pensione non è un privilegio. Il diritto alla pensione non può essere una lotteria”. Oltre allo slogan utilizzato oggi dalla Cgil e dall’Inca, sono stati presentati in un dossier molti casi individuali e alcuni di queste persone hanno voluto partecipare direttamente alla conferenza stampa per raccontare la loro storia.
Vari i casi che compongono il dossier “pensioni negate”. Come quello di un lavoratore che compirà 60 anni a maggio con 37 anni di contribuzione versata in passato. Disoccupato da tempo a causa del licenziamento individuale senza accordi Lucio, con la vecchia normativa, avrebbe maturato il diritto alla pensione con le quote nel 2012, con decorrenza a giugno 2013. Il lavoratore ha una madre di 91 anni completamente inabile, un fratello invalido al 100% a causa di motivi psichiatrici. In base alla nuova normativa il lavoratore potrà andare in pensione solo nel 2016 con 64 anni di età, con decorrenza giugno 2016. Marta, invece, (nome di fantasia ma storia vera) ha compiuto 60 anni il 17 gennaio con 23
anni di contribuzione. Disoccupata da 4 anni. Con la vecchia normativa avrebbe maturato il diritto alla pensione di vecchiaia a gennaio con decorrenza da febbraio 2013. Con la nuova normativa potrà andare in pensione a 63 anni e 9 mesi con decorrenza novembre 2016.
Nella nota diffusa dalla Cgil e dall’Inca si spiega che si stanno “determinando situazioni drammatiche che il ministro del Lavoro sembra non aver compreso del tutto. Nel suo intervento sul Corriere della Sera del 15 febbraio 2011, infatti, il ministro ha affermato che la legge 122 ha risposto ad un principio di equità e che il fatto che tante lavoratrici e tanti lavoratori si trovino ora a dover pagare delle somme esorbitanti per poter maturare il diritto alla pensione risponde all’esigenza di eliminare un privilegio”.
Per Cgil e Inca “le cose non stanno così: Il ministro nel suo articolo non parla mai dell’abrogazione della legge 322 del 1958. Questa legge è stata, fino alla sua abrogazione, uno dei maggiori elementi di equità del nostro sistema previdenziale pubblico. La legge 322 permetteva, infatti, a coloro che cessavano dal servizio senza aver maturato il diritto alla pensione di poter costituire la propria posizione assicurativa presso l’Inps, trasferendo la contribuzione versata presso altri fondi o altre gestioni”. La legge 322 del 1958 è stata abrogata dal 31 luglio 2010.
Ciò significa “che lavoratori che hanno periodi presso gestioni o fondi diversi dal Fondo pensioni lavoratori dipendenti dell’Inps e non maturano il diritto alla pensione presso i fondi stessi sono costretti (se possono sopportarlo economicamente) a fare la ricongiunzione, sempre che abbiano le condizioni per farla. Chi non può fare la ricongiunzione per motivi di carattere economico o perché non ha alcuna contribuzione versata presso l’Inps si ritroverà con una posizione previdenziale silente che non gli darà diritto a nulla.
Al riguardo, infatti, è necessario sottolineare che la pensione supplementare esiste solo per l’Inps, mentre non esiste in tutti gli altri fondi o gestioni diverse. Risponde ad un principio di equità o è un privilegio il vedersi annullare la propria posizione assicurativa?”. La parola ora passa al ministro Fornero.
Clicca per scaricare la lettera unitaria Cgil-Cisl-Uil al ministro Fornero ![]()


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